I Racconti Dello Stomaco

Il mondo con gli occhi e la fame di un gastronauta

Smettiamola di parlare di Borghi

«L’Italia è un Paese di borghi», «Torniamo a vivere nei borghi», «La tranquillità del borgo». Sono tante le frasi, gli slogan e le parole spese sui giornali, in televisione e durante eventi pubblici per elogiare lo stile di vita, la bellezza e la storia dei piccoli centri italiani.

Parole che, troppo spesso, servono soltanto ad addolcire la realtà di territori abbandonati, dove vivere diventa ogni anno più difficile a causa della progressiva scomparsa dei servizi essenziali. La stessa parola “borgo” viene utilizzata per evocare l’immagine di un luogo da cartolina, meta ideale per una gita nel fine settimana, qualche fotografia sui social e un pranzo a base di prodotti tipici.

Li chiamiamo borghi perché parlare di paesi, comuni o cittadine, in certi casi, è quasi scomodo. Un comune, per essere tale, ha bisogno di cittadini, istituzioni, scuole, servizi e infrastrutture. Non basta uno scorcio suggestivo o una trattoria rinomata.

Ci vengono raccontate storie romantiche di persone che hanno scelto di vivere nei borghi, come se fosse tutto semplice e meraviglioso. Dietro queste narrazioni, però, si nascondono spesso sacrifici quotidiani, battaglie contro la burocrazia, servizi assenti e chilometri di strade malmesse da percorrere per raggiungere ciò che altrove è dato per scontato.

La realtà è che, in questa nazione, dell’entroterra sembra non importare a nessuno. Dopotutto, nelle cosiddette aree marginali vivono pochi elettori e, in un Paese perennemente in campagna elettorale, il numero dei voti sembra essere l’unico parametro che conta.

Del resto, il Governo lo aveva scritto nero su bianco nel Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, affermando che questi territori «non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza» e che necessitano di un piano capace di accompagnarli in un «percorso cronicizzato di declino e invecchiamento». Una formulazione che ha suscitato indignazione e che è poi scomparsa dai documenti ufficiali, ma che resta emblematica dell’assenza di una visione di lungo periodo e della difficoltà della politica nel cercare soluzioni concrete.

Un orientamento confermato anche dalla recente Legge sulla Montagna che, sulla base di discutibili criteri altimetrici, ha escluso numerosi comuni appenninici da finanziamenti e progetti di rilancio. Una norma che finisce per favorire territori già forti, come molte aree alpine dove il turismo garantisce importanti entrate economiche, penalizzando invece i piccoli comuni dell’Appennino, dove i servizi sono sempre più carenti e lo spopolamento continua ad avanzare.

Nel 2026 sarebbe forse il momento di smettere di parlare genericamente di “comuni montani” e iniziare a ragionare in termini di “comuni a bassa densità di servizi”. Sono questi, infatti, i territori che necessitano davvero di sostegno economico per tornare attrattivi e offrire opportunità a chi vorrebbe viverci.

In altri Paesi lo Stato incentiva chi sceglie di trasferirsi nelle aree interne attraverso agevolazioni fiscali e misure di detassazione. In Italia, invece, chi decide di vivere o investire in questi territori si trova spesso ostacolato da una burocrazia che applica le stesse regole pensate per le grandi città a contesti rurali completamente diversi. Il risultato sono costi insostenibili per adeguamenti spesso privi di senso o progetti bloccati da cavilli che nulla hanno a che vedere con l’interesse pubblico.

La politica, di fatto, sembra aver scelto una direzione precisa: favorire lo spopolamento delle aree interne e concentrare popolazione e servizi lungo le coste, dove tutto appare più semplice ed economicamente conveniente. L’entroterra rischia così di trasformarsi in un enorme parco tematico del fine settimana, con investitori pronti ad acquisire interi paesi per convertirli in alberghi diffusi.

Per i territori meno appetibili dal punto di vista turistico, il destino potrebbe essere ancora più problematico. Una volta ridotta al minimo la presenza umana, potrebbero diventare luoghi ideali per ospitare impianti industriali impattanti, grandi parchi eolici e fotovoltaici, discariche o altre infrastrutture considerate scomode altrove.

Non si tratta di una previsione catastrofista, ma della descrizione di ciò che sta già accadendo, o rischia di accadere, nelle Marche. Il tentativo di trasformare l’intera frazione di Rubbiano, nel comune di Montefortino, in una struttura ricettiva diffusa; il maxi impianto eolico previsto sui monti di Serrapetrona; la discarica provinciale ipotizzata nei pressi di Camerino sono soltanto alcuni esempi di come le aree interne siano oggi esposte a un concreto rischio di sfruttamento.

Per questo è arrivato il momento di smettere di raccontarci la favola del “borgo perfetto” e affrontare la realtà. La realtà di un Paese che continua a celebrare i suoi piccoli centri nelle campagne promozionali, ma che troppo spesso si dimostra incapace di garantire loro servizi, opportunità e una prospettiva concreta per il futuro.